VITA IN CAMPAGNA – In Cilento, a Felitto, di questi tempi si semina il grano

Qualche tempo fa la nostra amica Rosi Di Stasi ci aveva mostrato come si fa il pane con il lievito madre. Loro lo chiamano criscito, o ‘a luvatina. Oggi Rosi e il suo compagno Donato Stabile ci mostrano quello che viene prima: la semina del grano, a mano, sopra un campo arato.

Buona visione!

IL VIAGGIO (6) – Il tempio buddhista di Napoli ci regala una sorpresa, un matrimonio. Ricomincia il nostro viaggio

Giorno 6, domenica 28 giugno 2020

Domenica, di prima mattina, sono in bicicletta a fare un giro. Dopo un po’ di pedalate qualcosa dentro la mia testa si rimette in moto.

Inizio a pensare che sarebbe un buon giorno per riprendere, dopo questa grande pausa planetaria che ci ha coinvolto, questo viaggio lungo, intorno al mondo, senza bisogno di uscire dalle nostre città. C’è tanta gente che si sposta da un capo all’altro del pianeta, che quotidianamente ci viene incontro, che forse per viaggiare basta semplicemente smettere di vederla a stento, di riporla in un angolino dello sguardo e dei pensieri.

Chi sa se il tempio buddhista di cui in parecchi, incontrati lungo questo viaggio: sì, quello grande, vai a vederlo, stamattina è di nuovo aperto, dopo la chiusura forzata delle porte?

Guardo su internet.

In uno spazietto del monitor compare, in verde: “adesso aperto”.

Sì, ma come ci si arriva? Guardo la cartina, anzi infilo l’indirizzo dentro lo schermo, via Tomasi di Lampedusa numero 91.

Poi cerco di collegare le linee che compaiono con quelle che tengo conservate da qualche parte. Quando penso di essermi creato un’immagine sufficiente parto.

Salgo verso Capodimonte; per la prima volta stamattina il viaggio lo faccio in auto, evitiamo le metropolitane, che si muovono in luoghi chiusi e aperti a molti; poi via vecchia San Rocco.

E mo? A questo incrocio, adesso? Non trovo nessuna corrispondenza nella testa che mi dica se andare a sinistra o a destra.

Ma come? Aggio guardato ‘a cartina solo fino a questo punto?

Come viaggiatore a volte sono pessimo.

Poi penso un’altra cosa, completamente sul lato opposto.

Tengo talmente fiducia nel viaggio che sento che non serve tutta la cartina, basta conoscere solo un parte del percorso, anzi è proprio meglio.

Sant’Ignazio di Loyola sapete che faceva quando si voleva recare in Terra Santa? Regalava, prima di partire, tutte le monete che gli avevano donato. Si assicurava di non avere con sè niente, neppure compagni fissi di viaggio cui appoggiarsi. Sentiva profondamente che affidarsi al mondo era il metodo giusto per spostarsi davvero, per riuscire ad arrivare veramente da qualche parte.

Allora a questo incrocio vado a orecchio.

Non devo aver sbagliato di molto: avevo letto sulla mappa che questo tempio sta attaccato ad un campo di calcio. Lungo una stradina secondaria tra Capodimonte e Scampia, dal finestrino, chiedo a un signore che sta camminando: sì, qui c’è il campo di calcio, dietro questo cancello. Però dal lato dove siamo adesso non si vede nessun tempio.

Vabbè aggio capito, mi tocca, per punizione di non aver guardato bene la cartina, fare un giro di campo.

Da adesso in poi svolto a sinistra a tutti gli incroci e semafori che incontro.

Poi la loro bandiera sopra la porta di un negozio: il leone d’oro con la sciabola su uno sfondo rosso.

Sulla porta c’è un ragazzo. Lui, se non ho sbagliato di chilometri, adda per forza conoscere ‘sto posto.

Mi fermo, scendo, vado a chiedere.

Vedi quel divieto di accesso? Entra lì dentro e vai fino in fondo.

Mo penserete che ho fatto un’infrazione al codice ma invece sotto il divieto c’è scritto: “eccetto autorizzati”. Per un attimo mi sento il terzo dei Blues Brothers, penso che poiché stiamo andando a cercare un posto sacro siamo autorizzati. “We are on a mission from God”, loro avrebbero detto.

Lungo la stradina inizio a incontrare singalesi, buon segno. Uno mi dice proprio che l’ultima macchina parcheggiata lungo il muro è un buon posto pure per noi per lasciare ‘sta scatola di latta.

Sulla sinistra c’è un muro tutto dipinto d’oro.
Sopra c’è scritto: “Unione buddhista italiana, Tempio buddhista di Napoli”. Emozione, siamo arrivati.

Varcata la porta si entra come in un giardino.

Chiedo a un signore come si fa per andare oltre.

Gira lì intorno, puoi andare più avanti e lasciare lì le scarpe.

Il viaggio oggi si fa coi piedi che toccano la terra, al massimo vi potete tenere i calzini.

Intorno grandi statue di Buddha.

Rilassanti.

Stamattina c’è un matrimonio, in corso; ecco perché c’è gente che aspetta fuori, lungo il viale d’ingresso, sotto una bella tenda, al fresco.

Mentre aspetto in mezzo agli altri inizio a chiedere.

Esiste da 20 anni, a Napoli ce ne sono due, uno, quello più semplice, a Montecalvario, ve lo ricordate? Lo abbiamo già visitato insieme. Anche loro sanno che si sta per spostare alle Fontanelle. Il mondo è piccolo; nessuno più di noi ci può credere.

Sul muro, sopra la porta principale c’è dipinto un Buddha, sopra la testa ha una fiammella.

Se ci fate caso anche nelle nostre chiese cattoliche alcune volte trovate dipinti o statue con la stessa identica energia che sgorga dal punto che chiamiamo nei bambini “fontanella”. Loro ce l’hanno ancora aperta quella zona del capo appena nati. Forse in quel momento, da pochissimo arrivati in questo mondo, siamo molto più saggi.

Poi il signore anziano a cui mi ero rivolto all’inizio, quello che sbucava da un giardinetto separato con dipinti, sui muri di una fontana, gli elefanti, mi viene a cercare per dirmi che adesso posso entrare.

Grazie.

Dentro altre statue del principe Siddharta dopo che si era illuminato, ognuna con davanti un piccolo altare. Quella a destra entrando ha dietro la testa le luci a led che si muovono in un ritmo organizzato.

Era rimasto impressionato dalla scoperta improvvisa, il principe che era stato protetto per molto tempo, della sofferenza umana, della malattia, della morte. Ma invece di intristirsi e chiudersi ancora più dentro, aveva deciso di andare a cercare la soluzione nel mondo, da qualche parte. Poi quando l’aveva trovata era tornato, come aveva promesso, ad insegnarlo agli altri.

In una sala più interna, seduti a terra, ci sono gli invitati. In fondo c’è il monaco con la tunica arancione e davanti a lui, pure seduti, senza scarpe, gli sposi con i vestiti eleganti. Non entriamo per non disturbare un momento importante.

Fotografo da lontano. Ingrandendo la foto mi accorgo che il monaco e i due sposi tengono in mano un unico filo bianco; mentre sono in un atteggiamento che sembra di preghiera. Interessante.

Nel frattempo chiedo a quelli che come me stanno aspettando.

Un signore giovane, col sorriso e i baffetti, in giacca e cravatta, elegante come tutti qui stamattina tranne me che c’ho la camicia per andare in montagna, inizia a raccontarmi quello che sa di questo posto.

Poi quando gli chiedo dei dettagli sulla posizione delle mani delle statue di Buddha, che differenza ci sia tra le varie raffigurazioni, mi dice che lui però è cattolico anzi si chiama addirittura Montini, come Paolo sesto, il papa.

Quindi siete parente del papa? Se fate Montini di cognome…

No, no, il cardinale Montini era amico di mio zio, anche lui cardinale; da giovani studiavano insieme. Una volta, io ero appena nato, venne con mio zio a casa mia, mentre mi teneva in braccio disse ai miei genitori: perché non lo chiamate come me?

Poi mi fa vedere la patente: serve un documento ufficiale per certificare questa storia dell’altro mondo. C’ha ragione proprio, c’è scritto : Monteene, all’inglese, ed è il suo nome di battesimo, poi Medagada e un altro nome singalese che non mi ricordo.

Vengo a Napoli a cercare un tempio buddhista singalese e incontro un invitato al matrimonio che si chiama come un papa cattolico. Poi non mi dite che il viaggio che stiamo facendo è troppo stretto perché non prende aerei, a me ogni volta mi pare di spostarmi troppo.

Finisce la funzione, senza grandi accadimenti, sembrava un lungo dialogo tra gli sposi e il monaco. Intorno gli invitati, limitati a venticinque in questi giorni.

Nel frattempo mi hanno raccontato che gli sposi avevano programmato di sposarsi in Sri Lanka, poi la pandemia ha deciso per loro. Neppure i loro genitori sono potuti venire ad assistere a questo grande giorno.

I fotografi che già erano all’opera durante la cerimonia adesso, sempre scalzi pure loro, fanno le foto agli sposi e agli invitati, a piccoli gruppi, sotto un arco di legno ornato di veli e fiori.

La tradizione originale, mi dicono le mie guide locali di oggi, sarebbe un arco fatto con due rami di palma da cocco ornati di fiori, ma a Napoli e nel 2020 hanno pensato di modificarla un poco.

Anche la torta nuziale a tre piani è come le nostre? Chiedo.

Sì, ma la tradizione originale prevederebbe un grande piatto di riso bianco che si chiama “kiribath”.

Vado a guardare nella mia guida di viaggio e trovo scritto: “riso cotto nel latte che viene servito con zucchero grezzo, si prepara per i matrimoni ed è spesso il primo alimento solido dei neonati”. Mo sono curioso di assaggiarlo, magari in qualche ristorante un giorno lo trovo.

Dal riso bianco alla torta con i pupazzetti che raffigurano gli sposi e un “Just merrid” in inglese del popolo. Ancora più curioso.

Dopo il matrimonio entro nella stanza. Stanno affluendo altre persone per un’altra funzione. Sono accanto a una signora. Arriva un uomo che ci avvicina un vassoio con le offerte di cibo simboliche. La signora mi insegna cosa fare: si accostano le mani aperte sopra al vassoio, poi si congiungono davanti a sè per ringraziamento. Non riesco a farmi spiegare il significato a parole, ma credo non ce ne sia bisogno, si sente che è una sorta di dare e di ricevere, una benedizione reciproca, in silenzio.

Torno nella stanza principale e noto un signore che sta guardando con interesse uno degli altari, è l’unico in questo momento che ha sembianze occidentali. Le mie guide turistiche mi spiegano che è un amico della coppia, e gestisce uno dei C.A.F. a Napoli. Il contatto più stretto tra un popolo e un altro attraverso l’aiuto nella risoluzione di questioni fiscali.

Dentro un’altra stanzetta, separata da una porta di alluminio con i vetri, c’è un’altra statua grande.

Chiedo perché c’è distinzione tra gli ambienti.

Quella è una stanza “più sacra” diciamo, custodisce alcune reliquie del Buddha donate da un tempio in India.

Questa struttura moderna adesso mi appare più chiaro che ha un legame profondo con una storia antica.
Fa caldo, mi invitano a bere qualcosa.

Una signora che collabora a portare da bere agli invitati indossa un vestito ricamato color oro. Le chiedo dove lo ha comprato.

No, non trovare in Italia, viene da Sri Lanka.

Tutti questi arabeschi, perle, oro, sembra di essere nei libri di Salgari. Che poi a pensarci era uno dei massimi esperti mondiali di viaggi senza muoversi dal proprio soggiorno.

I consolati, dove normalmente si svolgono prima i matrimoni, prima di andare al tempio, adesso sono chiusi per il virus, e allora ci si sposa con la sola cerimonia religiosa e molto limitata nel numero di invitati.

Uno dei due sorride e dice che anche per lui, ce lo hanno raccontato in parecchi, spesso senza che chiedessimo, la corruzione in Sri Lanka è forte. Anche dopo lo tsunami secondo lui ci sono stati molti abusi.

Uno dei due sta qui da 13 anni, Monteene da 30, e da un anno moglie e figli sono tornati in Sri Lanka: ora i miei figli sta studiando in Sri Lanka, appena loro finire di studiare torno.

La prima risposta a: volete tornare in Sri Lanka? era stata: due volte all’anno. Cioè i ritorni periodici che fanno.

Poi riesco a parlare con il monaco che gestisce questo tempio.

Dentro una stanzetta con l’aria condizionata bella forte.

Lui sta a Napoli da diciassette anni, prima era stato a Parigi per otto. Qui si faceva istruzione sul Dhamma, gli insegnamenti buddhisti, per gli adulti e per i bambini, molti. Adesso, causa epidemia, è tutto momentaneamente fermo.

C’è anche un gruppo di meditazione Vipassana, gestito da italiani, che si riunisce periodicamente.

Poi mi racconta cosa ha detto al matrimonio:

Ho spiegato un’idea centrale del buddhismo: come vivere il presente, e che è molto importante la famiglia. A Napoli, in Occidente, vivere insieme è difficile: dopo un anno molti si separano e non è bene così. Problema è nella mentalità, tanti problems, pensare futuro, pensare passato, non va bene, troppi pensieri da gestire. Bisogna pensare al presente. Questo porta felicità.

Poi gli chiedo delle statue del Buddha: perché hanno diverse posizioni delle mani.

Le mani una dentro l’altra sono un invito alla meditazione. Le mani una in verticale con indice e pollice che si toccano e l’altra più in basso, indicano l’invito allo studio della dottrina.

Poi mi racconta che le reliquie di un osso del Buddha si trovano qui in un’urna, non vengono mostrate che ogni tre o cinque anni.

Gli ho tolto anche troppo tempo in un giorno in cui il matrimonio è la cosa centrale. Saluto, ringrazio e mi avvio verso fuori.

Rimetto le scarpe, saluto le mie guide.

Faccio un’ultima foto al buffet al quale mi avevano invitato ma che viaggiando in punta di piedi, cercando di non disturbare troppo, ho pensato che fosse meglio lasciare che si svolgesse tra loro, più raccolto, sentendosi a casa.

(Fine sesta parte, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

IL VIAGGIO (5) – Ancora in Sri Lanka sempre camminando per Napoli: entriamo nella chiesa del Gesù Nuovo e ci ritroviamo in un cinema in via Cisterna dell’Olio

Giorno 5: domenica 26 gennaio 2020, mattina

Verso la chiesa del Gesù Nuovo, alle ore 8 dovrebbe esserci la messa, in singalese.

Arrivo con qualche minuto di ritardo, entro di fretta, questa chiesa è gigantesca, nobile, mi giro di nuovo verso l’ingresso e c’è tutta la parete affrescata e un lampadario che le pende davanti luccicante d’oro.

Però di singalesi non c’è traccia; forse era alle 8,30 invece che alle 8?

Nel frattempo vado in giro, visito il luogo.

San Giuseppe Moscati; me lo ricordavo a stento che stava qui dentro. Il bronzo della statua che lo raffigura è del suo colore scuro eccetto le braccia, chiare, le mani e le braccia, di quando la gente sfiora o tocca per portare con sé un contatto potente, sacro.

Due signore, una in piedi, l’altra accovacciata quasi fino al pavimento, ai lati di quella figura, pregano, a lungo. Un’altra aspetta il suo turno seduta su una delle panche ad alcuni metri, oltre la balaustra di marmo.

Alle 8,30 precise suonano le campane ed entra il prete.

Però non parla la lingua dello Sri Lanka.

Qui ci saranno, e una alla volta stanno ancora arrivando, trentacinque persone, lontane, sparse dentro questa navata lunga, altissima, da ciclopi, alcuni si trovano a chilometri di distanza dall’altare.

Inizia la messa e vado ancora più silenziosamente a cercare.

A volte i singalesi con le date, con gli anni, pure con i concetti delle parole, ho la sensazione che abbiano spazi-tempo diversi da quello che noi usiamo. Gli chiedi, e loro a volte “non lo so”, a volte sorridono dondolando la testa, più la dondolano più è preoccupante.

Però stamattina, prima di partire, lo avevo trovato un motivo, forse, di questo sfasamento temporale. Loro seguono un calendario lunare, cioè il ciclo dell’astro pallido, che compie un ciclo in ventotto giorni. E allora “ogni tanto, per recuperare”, dice la mia guida di viaggio, “aggiungono un mese”.

Ogni tanto?

Forse ho letto male, poi a casa la rileggo, giuro, però l’idea mi piace, contro ogni certezza ingegneristica, rigorosa, ufficiale, che in nome dell’ottimizzazione perde per strada un sacco di parti umane nostre essenziali. (*)

Entro nella sagrestia, cerco, anche di chiedere a qualcuno, che non trovo, provo, tutte le porte, chiuse.

Torno nella navata centrale, chiedo a un signore giovane che pare di casa da come si muove.

Scusi sto cercando la cappella De Gironimo.

L’avevo letto un minuto fa sul manifestino affisso in chiesa: “Domenica, ore 8,30, comunità singalese, messa nella cappella” con “S.F.” e questo nome.

Lui sa tutto ma non si ritrova.

Ripeto: i singalesi…

Ah ecco: San Francesco De Gironimo volete dire.

Dovete uscire, rientrare dall’ingresso della scuola che sta qui a fianco, trovate una scala, scendete e c’è la cappella, adesso stanno officiando.

Dai che forse abbiamo finalmente l’indirizzo giusto di una chiesa cattolica, napoletana, dentro lo Sri Lanka.

Entro nel cortile, scendendo la scalinata con le pareti umide scrostate inizio a percepire quelle loro parole musicali, con la lingua che curva sul palato e la gola che suona. Giro a destra, eccola l’altra chiesa.

Resto sull’uscio di una stanza bianca, sotto il livello stradale.

L’interno della piccola chiesa

Parecchie persone, tutte coi tratti tipici di quel popolo, e il prete che ha la loro stessa carnagione.

Non capisco quello che dice, però a tratti il ritmo è inconfondibile. Il “Credo” scopro che ha la sua cadenza identica pure quando lo recitano in una parte lontanissima del mondo.

“Cristiani” anche suona uguale.

“Amen” ha più una i che una e tra la m e la n.

L’omelia, si dice così in singalese?, mi pare lunghissima senza poter usare un significato per addensare nella mia testa i suoni.

In questa sala ci sono stamattina cinquantacinque persone. Le sedie sono singole, essenziali, però morbide.

Dopo un po’ di minuti si libera il primo posto oltre la soglia. Sono l’unico non di origini singalesi in questa stanza stamattina. Quelli delle ultime file in fondo mi osservano un poco.

Davanti a me c’è una famiglia giovane con tre figli, bellissimi piccoli svegli e calmi, dai visi dolci e tondi.

I capelli di tutti qui dentro sono foltissimi, neri lisci perfetti. Il prete è l’unico che ne ha qualcuno in meno e un poco bianchi.

Poi c’è un momento che ci si inginocchia, a terra. Lo fanno quasi tutti. Io resto metà e metà: un ginocchio a terra e l’altro in aria. A messa ci vado pochissimo, di più in un tempio buddhista, e poi noi nelle chiese per poggiarci le ginocchia abbiamo le panche di lusso.

Sto scomodo, mi sento abbastanza ridicolo in questa sospensione e la cosa dura: a un certo punto convinco ad atterrare anche il mio secondo menisco.

A fianco a me c’è un signore giovane con la giacca rossa. Quando sono arrivato ci siamo scambiati un buongiorno internazionale con un cenno.

Poi mi dice, a un certo punto: Sei un giornalista?

Gli vorrei spiegare che sono soprattutto un curioso viaggiatore ma in questo momento di raccoglimento è troppo lungo.

Allora guarda che oggi pomeriggio San Sebastiano lo portano in processione per la piazza fuori.

Ecco perché davanti alla porta della chiesa c’è, su un altarino con i rasi rossi, la statua di quel santo, la sua ricorrenza è il 20, oggi è la prima domenica che segue.

Ringrazio, interessante.

Canti, quasi tutti quelli presenti li conoscono a memoria, anche uno dei tre bambini, che mentre canta gioca a morra cinese col fratello più grande.

La sorellina piccola in braccio alla mamma fa un po’ più confusione, strilla ogni tanto, mette e toglie gli occhiali in diversi punti sopra la faccia del padre a fianco.

Poi arriva un’altra bambina col cappotto di cappuccetto rosso identico.

L’altra, quella in braccio alla mamma, al confronto era calmissima, questa è più grande, coi capelli corti, tiene, coi piedi, saltellando, il tempo perfetto di ogni singolo suono che cantano o che il prete dice.

Ogni tanto mi passa vicino e salta il filo elettrico steso sul pavimento con un movimento rapidissimo, piccolo piccolo, al momento perfetto.

La piccola la guarda, e si fa talmente prendere dentro il movimento di quell’altra, che resta per parecchi secondi immobile in silenzio.

Il fratello della morra cinese pure la guarda, fisso, attento… assorbe.

Scambiamoci un segno di pace, io e due signori a fianco a me, guardandoci negli occhi, da una parte all’altra del globo.

Alla fine della messa mi fermo a parlare col signore in rosso.

Si chiama Dinesh.

Stamattina, se ti interessa, c’è anche un film al cinema Modernissimo, singalese, si intitola: “President Super Star”.

Ah ecco!

I manifesti che avevamo visto la volta scorsa proprio qui fuori, a piazza del Gesù, senza saperli leggere, vi ricordate? Quel signore col pizzetto sul manifesto che non si capiva se fosse di un comizio elettorale o di un concerto.

Poi mi racconta che lui stesso ha fatto un piccolo ruolo in un film, qui a Napoli, coi The Jackal e che fa parte di un gruppo singalese di teatro.

Il manifesto di “President Superstar”

Grazie, uno che vuole raccontare.

Ci vediamo a cinema tra poco, alle dieci? Perché vorrei restare un attimo a chiedere al prete alcune cose.

Rientro in chiesa e sembra una seconda messa. Quattro bambini, tutti vestiti in bianco, i genitori: battesimi.

Aspetto, ma ci vorrà tempo.

Ok, dai, torneremo un altro giorno, oggi seguiamo questa nuova traccia: cinema Modernissimo, via Cisterna dell’Olio.

Dal vetro già si vedono loro, sono in tanti.

L’ingresso del cinema Modernissimo

Che sorpresa, chi se lo immaginava che questo cinema in cui vado da anni, in certi orari ospitasse un tipo così diverso di spettatori.

Entro, vado al botteghino, anche la cassiera è singalese in questo momento (quando ho detto che volevo fare il giro del mondo senza muovermi qualcuno mi deve aver preso estremamente sul serio).

Chiedo quanto dura.

Quasi due ore.

Ci sono sottotitoli?

In nessuna lingua.

Costo?

Cinque euro.

Ci penso. Altre due ore senza capire una parola, come a messa, vedendo solo le figure?

Ci ho pensato, sono curioso, entro.

Le ho già dato i soldi, sto aspettando il resto, poi mi sento chiamare. È Dinesh, il signore della chiesa.

Parla con la cassiera: ma lui giornalista, non lo fate pagare.

La fortuna aiuta gli… curiosi: venite anche voi che si entra gratis.

Dinesh, ma sarà tutto in lingua singalese? Capirò qualcosa?

Non ti preoccupare, io spiegare.

Stamattina pare che teniamo qualche santo in paradiso, di sicuro lo studio medico di San Giuseppe Moscati stava su questa stessa strada a pochi metri.

Poi mi presenta altre persone, tra cui Mangala, che si occupa di teatro da anni, anche come autore. Fanno parte del gruppo “You1”, sono loro che hanno organizzato questa proiezione, il cui ricavato andrà in beneficenza nel loro Paese d’origine. Lo scopo è anche mantenere viva la coscienza politica dei loro connazionali, anche stando lontani da casa, per un Paese che negli ultimi anni ha avuto molti rivolgimenti.

La sala, quella grande, è piena per metà. Su un tavolo davanti alla schermo c’è una struttura fatta di dischi di ferro a più piani, tipo le torte dei matrimoni. Poi mi spiegano che è una lampada a olio di cocco.

A turno si avvicinano alcune persone e ognuno accende una delle fiammelle. È un rito che fanno prima delle cerimonie importanti.

Inizia la proiezione.

Per tutto il film, quasi a ogni scena, Dinesh mi spiega cosa hanno detto.

È un film satirico, sui politici in Sri Lanka. Il pretesto è un gioco a selezione, una specie di talent ma per diventare Presidente, senza cantare ma facendo comizi da campagna elettorale.

C’è il socialista, c’è Ali Babà con i quaranta ladroni, ripercorre tutta la storia della politica srilankese degli ultimi anni.

Anche Nelson Mandela viene citato come ispirazione dal più idealista dei partecipanti. Poi ci sono i giornalisti onesti spazzati via, la corruzione, il Presidente che comanda tutto: Parlamento, esercito, stampa, polizia.

Il concorrente della tribù indigena, seminudo, abbandona la competizione quando lo chiamano per una cosa urgente sul suo iphone ultima versione.

Uno dei candidati del gioco pare un camorrista dei nostri anni ’70: catena al collo, capello riccio lungo, e poi capisco che effettivamente appartiene all’equivalente loro di quel mondo.

Il presidente Obama che non fa una piega quando gli chiedono i documenti all’aeroporto contrasta con i politici singalesi che invece se ne fottono di ogni controllo.

Alla fine vince il candidato non propriamente onesto.

Quello con i grandi ideali, dalla parte del popolo, si classifica solo secondo ma gli arriva in dono un figlio che forse migliorerà il mondo.

Esco e sono evidentemente una presenza talmente rara che nella hall del cinema mi intervistano in video per uno dei loro siti di notizie locali.

Grazie Dinesh di avermi spiegato, con grande pazienza, tutto, restiamo in contatto.

Ora che sto scrivendo queste righe, quel film lo vedrei di nuovo: coloratissimo, incisivo ma divertente, un misto interessante di Oriente e Occidente.

Mi incammino, è stata una mattinata densa, mo ci vorrebbe un poco di riposo, chiedo a qualcuno dove sia un ristorante singalese in zona Montesanto, e mi dicono che in via Ventaglieri, qui a pochi metri, ce n’è uno.

Una signora simpatica serve chi entra affamato. Poi c’è solo un altro signore seduto nella sala interna, lui sta già mangiando, con le dita abituate, beato.

Mi metto a chiacchierare con la padrona di casa. Mi viene in mente di fare finalmente quella domanda che da un po’ mi porto nello zaino:

Lei da dove viene? Me lo fa vedere sulla cartina per favore?

Cerca per qualche momento, è un posto famoso, al centro, sui monti, si chiama Kandy.

C’è tempio di dente di Buddha al mio paese.

Ogni anno, ad agosto, durante la processione, proprio nel momento che issano la reliquia del dente sopra l’elefante, inizia a piovere, sottile.

Se pensiamo che la Reliquia del Sacro Dente è ritenuta proteggere il Paese dalla siccità, che proprio in quel momento inizi a piovere credo sia beneaugurante. Forse come una specie del nostro scioglimento del sangue.

Quella a cui la signora ci sta accennando, dice la guida tascabile che mi accompagna, si chiama Maha Perahera (Grande parata) è la festa religiosa più importante dello Sri Lanka, dura dieci giorni, coinvolge un centinaio di elefanti e migliaia di danzatori, suonatori di tamburi e acrobati.

Siamo entrati, nella zona di Montesanto, in una stradina, dentro un piccolo ristorante, ne stiamo uscendo con il nome di una città e con una storia molto grandi.

Tanto grandi che anche Marco Polo, circa mille anni fa, ne Il Milione ne racconta.
Seila (Ceylon, fino al 1972 era il nome dello Sri Lanka, ndr) è una grande isola: è grande com’io v’o contato in adrieto. Or è vero che in questa isola aè una grande montagna (la zona montagnosa dove si trova Kandy, ndr), ed é ssì diruvinata che persona non vi puote suso andare se no per uno modo: che a questa montagna pendono catene di ferro sì ordinate che li uomini vi possono montare suso. E dicono che in quella montagna si è il monumento d’Adam nostro padre; e questo dicono li saracini, ma l’idolatori dicono che v’è il monumento di Sergamon Borgani (Buddha, ndr). E questo Sergamon fue il primo uomo a cui nome fue fatto idole, ché, secondo loro usansa, questi fue il migliore uomo che fosse mai tra loro, e ‘l primo ch’eglino avessero per santo.[…] E ssì vi dico che gl’idolatori dalle più lontane parte vengono in pellegrinaggio, siccome vanno i cristiani a Sa Iacopo in Galizia. Ma i saracini che vi vengo in pellegrinaggio, dicono ch’è pure il monumento d’Adamo; ma, secondo che dice la Santa Iscrittura, il munimento d’Adamo si è in altra parte. Ora fu detto al Grande Kane che in su questa montagna era lo corpo d’Adamo, e li denti suoi e la scodella dov’elli mangiava. Pensò d’avere li denti e la scodella: fece ambasciadori e mandogli a rre dell’isola di Seilla a dimandare queste cose. E i re di Seilla le donò loro: la scodella era d’un proferito bianco e vermiglio. Gli a(m)basciadori tornarono e recarono al Grande Kane la scodella e due denti che erano molti grandi. [… ] E fue ricevuta questa cosa in Gambalu con grande reverenzia; e trov[o]ssi iscritto che quella iscodella avea cotale vertù, che mettendovi entro vivanda per uno uomo solo, n’aveano assai cinque uomini; e ‘l Grande Kane il provò, e trovò ch’era vero.

La signora abita a Napoli da molti anni, le chiedo se vuole tornare in Sri Lanka.

Non posso tornare adesso. Non posso lasciare la mia nonna.

Non mi è tanto chiaro. Inizio pensando che ha una nonna anziana anche lei qui a Napoli e riportarla a casa in un lungo viaggio sarebbe un problema. Poi capisco che “nonna” è la signora napoletana che accudisce.

Una piccola cosa di questo pranzo però ve la devo raccontare.

In Olanda, quando ci abitavo, non avevo voluto assaggiare, glielo dissi al mio amico pizzaiolo di Torre:

Vince’ mi dispiace, però tu mi puoi capire: la pizza con l’ananas, “Hawaii”, per motivi “religiosi”, non la posso assaggiare, un napoletano, se lo fa secondo me poi rischia di andare all’inferno.

Qui invece non ha lo stesso senso, qui l’ananas non è sulla pizza, e poi mi trovo nella terra che l’ha pensata quella ricetta, non l’ha creata un giorno che gli è caduto un barattolo di frutta sulla pizza per caso. E allora eccomi l’ananas con il peperoncino fortissimo nel piatto.

Il primo boccone è dissonanza pura.

Poi il piccante spazza via tutto e per la prima volta è un aiuto.

Dopo un po’ ci ho fatto quasi il palato, però alternando quella cosa stranissima con bocconi di riso.

Alla fine devo chiedere il dolce, sta nel frigo, l’ho visto.

Piccole vaschette tonde di alluminio con dentro una pasta color nocciola.

Sono fatte con una specie di miele che si ottiene dal fiore di palma, zucchero, uovo, sopra si mette granella di anacardi.

Lo assaggio fiducioso.

Non ha un sapore molto deciso, suona una nota sola molto lieve, o è il rumore forte che hanno subito le mie papille gustative fino a poco fa che le ha rese sorde.

Esco dal ristorante, inizia a piovere, una pioggia sottile.

Un’ultima cosa: San Francesco De Gironimo, quello che dà il nome alla cappella nella quale siamo partiti in questo racconto ad ascoltare la messa, era un gesuita nato a Grottaglie, in Puglia, nel 1642. Quando, completata la sua formazione ecclesiastica, chiese di partire per andare nelle missioni in India gli venne risposto: “le tue Indie saranno Napoli”.

Credo sia il santo ispiratore perfetto per questa serie.

(Fine quinta parte, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

(*) Il calendario lunare viene seguito per le ricorrenze religiose. I mesi sono quindi scanditi dalla luna piena. Per accordare calendario solare e lunare riguardo alle feste religiose buddhiste ogni due o tre anni viene aggiunto un mese. Il calendario lunare delle feste religiose musulmane invece non viene accordato. (Da “Rough Guides” dello Sri Lanka, ed. Feltrinelli).

Il ciclista urbano

Napoli è perfetta per andare in bicicletta, perché ci stanno un sacco di discese.

È l’idea che abbiamo sempre avuto da quando abbiamo iniziato, alcuni anni fa, a percorrere questa città sulle due ruote a pedali.

Va bene, vi starete chiedendo, però poi per tornare al punto di partenza le salite pure ci stanno. Beh, come darvi torto, però per quelle il problema si risolve molto bene, visto che a Napoli abbiamo la Metropolitana collinare (Linea 1) e ben quattro funicolari. Con queste cinque possibilità, vi assicuriamo, si può percorrere la città quasi senza sforzo.

L’accesso della bici, sia in metro che in funicolare, non prevede alcun sovrapprezzo.

Nelle funicolari poi è ammesso l’accesso con la bici senza limitazioni di orario.

Per quanto riguarda la Metropolitana collinare (Linea 1) la bici ordinaria (non pieghevole) può accedere dal lunedì al venerdì soltanto la mattina fino alle 7 e la sera dopo le 20, mentre di sabato e nei giorni festivi senza limitazioni di orario.

Ci sono alcune limitazioni però riguardo al numero di biciclette (limitazioni che non riguardano le bici pieghevoli): nelle funicolari si possono imbarcare al massimo 3 bici, in quella di Mergellina 2 bici. In Metro collinare 1 bici ogni 2 vetture.

Come avrete capito leggendo queste righe sopra se avete una bicicletta pieghevole le limitazioni di accesso ai mezzi pubblici sono nulle. E considerando (almeno questa è la nostra esperienza) che in mezzo al traffico cittadino degli altri veicoli la bicicletta pieghevole ha grandi vantaggi (molto maneggevole, ingombro ridottissimo che le consente di passare dove neppure gli scooter riescono, facilità di salire e scendere dalla bici, posizione in sella molto rialzata che facilita i movimenti per guardare di lato e indietro), noi ci sentiamo di consigliarvi questo tipo di bicicletta per percorrere Napoli.

Spesso ci chiedono: Ma non si fa più fatica a pedalare su una bicicletta piccola come la pieghevole? Come se cioè per andare ad una velocità accettabile si dovesse pedalare molto rapidamente.

La risposta è No, perché è dotata di un cambio di velocità studiato per sviluppare una velocità normale con un ritmo di pedalata ordinario. Questo perché le bici pieghevoli non sono biciclette per bambini, ma bici “piccole” per adulti.