27 ottobre 2017
Ci raccontano quotidianamente del lavoro automatizzato, fatto dai robot, e dei posti di lavoro che scompaiono. Che resistono, per i costi bassissimi, solo in Cina, a spese però del tenore di vita dei lavoratori cinesi e dell’inquinamento delle loro città: “la fabbrica del mondo” ormai la chiamano. Allora noi andiamo a cercare i nostri artigiani, quelli che lavorano con le mani, ma pure con la testa e il cuore. La più bella specie di lavoratori.
Ci hanno detto che a Procida, alla Corricella, c’è una famiglia di maestri d’ascia: quelli che fanno le barche, di legno, per i pescatori.
Ci imbarchiamo da Pozzuoli, la giornata è bella, già il viaggio in traghetto merita l’uscita. Appena sbarcati una piacevole sorpresa: andiamo verso le biglietterie per informarci sugli orari di ritorno e … pare l’Olanda, ci sono decine di biciclette parcheggiate (molte a pedalata assistita), come nei parcheggi del nord Europa.
Bello: l’isola si muove più rapidamente del capoluogo in direzione della mobilità pulita.
Il borgo con le case colorate sta vicino e ci andiamo a piedi. Scendiamo la scalinata e, appena in basso, un gruppo di giovani che aggiusta le reti. Poi ci sono i ristoranti. Pesca e ristorazione, le due cose sembrano la stessa: stanno attaccati e sembra quasi che ci lavorino le stesse persone.
Camminiamo lungo la banchina, con il mare a sinistra, e leggiamo “piazzetta Massimo Troisi”. Dove abitava la Cucinotta nel film “Il postino”. In fondo dovrebbe esserci il cantiere.
Ecco la prima barca, a vela, con un piccolo albero, un Dinghy. Poi altre due stanno in fila indiana. Sapevamo che la famiglia Di Candia ama in particolare questo tipo di barche. Barchette di 12 piedi, meno di 4 metri, forse la prima barca a vela di piccole dimensioni ad essere usata per diletto. Negli anni ’20 ci facevano addirittura le Olimpiadi, e ancora viene usata: in Italia e all’estero le regate ce le fanno ancora. Le più nuove sono in vetroresina ma sono molti quelli che amano, e ci navigano, quelle di legno.
Davanti la porta c’è un giovane con gli occhiali: buongiorno, Rosario; eccoci siamo arrivati. Ci guardiamo un attimo in giro, e cominciamo a parlare.
Noi ripariamo le barche per i pescatori, barche fino ad una certa lunghezza, almeno in questo posto. Se si tratta di lavori su barche grandi li facciamo ma appoggiandoci in qualche altro cantiere. Questo angolo dell’isola è una specie di merletto, non si può invadere con grandi strutture. Vicino al banco da lavoro c’è il padre di Rosario, Salvatore, che, ormai in pensione, sta costruendo un modellino di galeone. Quella dei Di Candia è una tradizione familiare. Il nonno Vincenzo era comandante sulle barche a vela da ricchi, i classe “J”, quelli che negli anni ’30 si disputavano la famosa Coppa America; barche bellissime, slanciate, di più di 20 metri.Nel frattempo lo vengono a chiamare:
Don Salvato’ ci sta la barca per la festa di stasera che si dovrebbe armare, sulo tu ce può da’ na mano.
Stasera c’è la festa di San Michele, la prima edizione, e qui nel porto c’è ormeggiato un grande gozzo a vela. Solo che le vele le avevano tolte, per semplificare andavano solo a motore; oggi per la festa la vogliono rimettere in pieno splendore.
Don Salvatore: Ma nun se po’ ffà accussì veloce.
E si, don Salvatò, sta tutt a bbuord, nun’ ce manca niente: la randa , i fiocchi, nun ce vo assai tiempo.
Vabbuò, iamm’, mo vengo a verè
E il modellino resta fermo, per ora rimane a navigarci sopra soltanto una matita.
E noi ci facciamo raccontare da Rosario questa tradizione dei Dinghy:
Mio padre Salvatore, da ragazzo, quando cominciò ad apprendere i rudimenti della vela, a Posillipo, si appassionò a questa barca. Era il suo sogno averne uno; dopo anni finalmente riuscì a comprarlo, ma da rimettere in sesto.
Negli anni successivi abbiamo fatto ricerche e siamo riusciti a scoprire che è stato costruito a Napoli, a Santa Lucia, nel 1934, dal maestro d’ascia Domenico Fiorentino. Era un costruttore molto apprezzato all’epoca: lo chiamavano “matrtelluccio d’oro”. Ce l’abbiamo ancora, è tutto in legno, pochi anni fa lo abbiamo di nuovo rimesso perfettamente a posto.
Ah, e lo dobbiamo vedere.
Sta la vedete, sopra il soppalco.
In effetti sopra il soffitto dell’officina, spunta la poppa di una piccola barca. Si legge pure il nome: c’è scritto “Hombre”.
Chiediamo a Rosario se si può salire. Rosario inizialmente è un poco restio, ma vede che la cosa ci piace troppo e allora cala la scala a pioli, l’appoggia al muro e ci fa salire. Legno, luce di una stanza col soffitto a volta, polvere pure (ma ‘sta polvere sembra diversa, a Procida, mo penserete che stiamo esagerando, ma pur’ a povere pare pulita).
E’ una bellezza, in perfetto stato. Si vedono le parti nuove, ma senza contrasto; il boma, l’albero. E’ bella già a vederla qua sopra, in acqua, con le vele issate, adda essere nu spettacolo.
A fianco, parallela, vediamo un’altra barca; simile, ma non proprio. Rosario, e questa?
Questa l’abbiamo costruita noi da zero. E’ un po’ un incrocio tra un Dinghy e una barca da pesca. Le misure, la lunghezza, lo specchio di poppa sono gli stessi del Dinghy, però per esempio la prua vedete, sale inclinata invece che verticale.
Pure questa barca ha belle proporzioni. Pure questa sarebbe bello rivedere a mare.
Riscendiamo dentro l’officina.
Rosario come il padre Salvatore, si è diplomato all’Istituto Tecnico Nautico “Francesco Caracciolo” di Procida. Dopo una settimana che ero imbarcato, mi ricordo, piangevano tutti, allora capii che la mia strada era quella di mio padre, del costruttore, non del marinaio; che non valeva la pena rinunciare ad una eredità di conoscenze che mi era stata tramandata da mio padre su come costruire barche, per vivere sulle navi.
Attaccate al muro ci sono delle sagome di legno: degli scafi in miniatura. Rosario ci spiega che quelli sono dei modelli. Per progettare una barca loro partono da lì, da quel modello, perché così si vedono le linee d’acqua: si capisce davvero se la barca cammina.
Poi mi fa vedere un modello che è stato tagliato a fette (poi lo ha rincollato) e da quelle fette, poggiate sulla carta, ha ricavato il disegno delle varie ordinate.
Oggi per progettare le barche si usano i computer: si creano disegni di un modello tridimensionale, ma solo il modello reale può davvero rendere la tridimensionalità; quelli al computer sono solo disegni, in prospettiva, ma in realtà sempre a due dimensioni.
E quella dei modelli è un’attività che Rosario sta sviluppando ultimamente. Le manutenzioni alle barche vere gli lasciano tempo libero per quest’altra attività. Anzi insieme con la fidanzata, Morena, ha pensato ancora più in grande. Si chiama “Stella Marina”: su un piccolo palco, fatto a forma della tolda di una nave, saliti su una scaletta, si può vedere lui mentre costruisce i modellini delle nostre barche tradizionali, e se vi piacciono li potete comprare. Morena poi, con i piccoli pezzi di legno che rimangono dalle lavorazioni di modelli e barche, invece sapete cosa fa? Crea, per le donne, piccoli gioielli.
Nuove idee per continuare ad essere artigiani.
Salutiamo Rosario e ritorniamo verso il porto. Ecco la barca a vela che era andato ad armare don Salvatore, pronta per la festa di stasera.
Le vele sono issate. Con lo sfondo del borgo dietro sembra una foto d’epoca a colori. Un gruppo di turisti tedeschi, con la guida, si riposa e sta lì a guardare.
Ah, oppure potete provare a spedire il vostro gozzo da riparare in Cina; ma non sono esattamente sicuro che ve lo sanno aggiustare.
Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)